Asfalto, polvere e spezie.

Fés è un labirinto di strade, vociare di persone, odori sconosciuti, un tajine e carne con prugne, un vagare continuo per le vie, mercati e colori, fili di cotone, the alla menta in cambio di acquisti, terrazze con mura grezze che si affacciano sulla Grande Moschea, odore di pelle, vasche di tintura, cugini e fratelli che ti guidano nei negozi di famiglia, ragazzini che per qualche dirham ti conducono per la Medina.

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Mohammed ha soli dieci anni, parla diverse lingue. E’ lui la nostra guida alla città imperiale. Ha subito capito che eravamo stranieri. Ci ha seguiti e guidati. Per i vicoli, all’esterno della Moschea Kairaouine (accessibile solo ai musulmani), per i negozi e le concerie. Passiamo l’intera giornata in sua compagnia. Verso sera lo salutiamo. Abbiamo più di 200 km da percorrere per arrivare a Midelt.

Lungo il percorso, paesaggi rossastri e decine di bertucce a tenerci compagnia. Sugli alberi, ai lati della strada, in mezzo alla strada.

A quanto dicono i suoi abitanti, Midelt è la seconda città più fredda del Marocco. La prima è Ifrane. Siamo al centro del Marocco, su un altopiano dell’Atlante. Ci fermiamo solo per la notte: siamo diretti a sud. 300 km a Merzouga.

Molti alberghi e riad propongono una gita tra le dune dell’Erg Chebbi. Anche noi decidiamo di prenderne parte, e in serata ci ritroviamo tra dromedari, cammelli, accampamenti, tappeti e tamburi.

Siamo in una lingua relativamente piccola di deserto. Vale comunque la pena attraversarla per scoprire dune scolpite dai venti che arrivano sino ai 160 metri di altezza.

Dopo circa 200 km arriviamo alle porte del Todra, nella città di Tinerhir. Ci troviamo in un canyon scavato dal fiume omonimo e dal vicino Dadès. Qui non mancano pareti di arrampicata, sentieri, climbers e turisti. Noi ci avventuriamo per il villaggio Tizgui, accompagnati da Abdou, un ragazzo conosciuto sul posto.

E’ incredibile quello che vedremo sulla sommità delle rocce. Case interamente scavate nella pietra, con camere, stanze dedicate alla cottura del pane, spazi aperti, recinti per animali. Ci viene offerto l’ennesimo the alla menta, o berber whiskey, come si dice da queste parti.

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I nomadi  abitano perennemente queste terre. Scendono a valle per procurarsi acqua e altri generi di prima necessità, e solo in inverno si stabiliscono ad una minore altitudine per passare le gelide notti. Impensabile, vero?

Non abbiamo ancora un posto in cui passare la serata ma l’ospitalità di Abdou e del suo amico Mohammed ci convincono a restare da loro. Ci preparano un letto (o meglio, un tappeto) per dormire e ci accolgono nella loro casa a braccia aperte, con mogli e non saprei dirvi quanti bambini. Nonostante la promessa fatta a noi stessi di non tornare in Italia con uno di quei bellissimi tappeti berberi, ci lasciamo convincere ad acquistarne uno. Anzi, tappeto e pouf.

Il nostro viaggio verso le gole continua. Stamattina siamo diretti a Boumalne du Dadès. Il paesaggio cambia con l’andare dei chilometri. La strada brulla e lineare si fa curvilinea, le pareti di roccia cominciano a innalzarsi oltre la palmeraie che ci lasciamo alle spalle..L’asfalto sale sino alla sommità della gola, trasformandosi in una stretta pista a gomito, panoramica quanto lunga.

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Quello che ho imparato dal Marocco è che a volte, mentre siamo diretti in un luogo preciso, dobbiamo avere occhi anche per le strade che stiamo attraversando.

Qui non troverete mai da annoiarvi. Cambiano i colori, i paesaggi, le formazioni rocciose, si susseguono le kasbah, e davvero vi capiterà che un dromedario vi attraversi la strada.

Ci siamo fermati a Skoura tutto il pomeriggio, attirati da tajine di terracotta, e ne siamo usciti con uno scatolone pieno di collanine, spezie e piattini di ceramica. E un tajine arrivato intatto in aeroporto.

Ci è venuto tardi. Ci affidiamo alla Lonely Planet e decidiamo di fermarci al riad Ait Arbi.

Vi giuro, introvabile. Un vecchietto in moto si è proposto come guida dopo che avevamo girato l’isolato ben più di una volta. Dopo 20 minuti di sterrato, arriviamo sul posto.

Altra cosa che ho imparato dal Marocco: i cartelli stradali sono introvabili. Tutti offrono un aiuto, in cambio di qualche dirham.

Ait Arbi si trova all’interno di una palmeraie, che è un vero è proprio quartiere. Ha riad, case, negozietti di alimentari e strade labirintiche. Il tutto in mezzo alle palme.

Il mattino seguente il vecchietto ci riprova. Si fa trovare fuori dal riad offrendosi di guidarci per la palmeraie. Rifiutiamo gentilmente e ci dirigiamo ad Ait-Ben-Haddou. Vi capiteranno diverse situazioni come queste. Se conoscete la strada, declinate con gentilezza. Se avete bisogno, vi costerà qualche dirham. Pochi dirham.

Ait-Ben-Haddou ha ospitato diversi film, e vi basterà dare un’occhiata su internet per scoprire quanti. La città fortificata è un gioiello. Forse non più originale, forse ricostruita per esigenze cinematografiche, ma il fascino che riveste ha pochi eguali. La temperatura qui è davvero elevata.

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Siamo quasi alla fine del nostro Marocco. Ci aspetta il passo di Tizi n’Tichka per arrivare nella colorata Marrakech.

Ma di questo, ve ne parlerò tra un paio di articoli.

Riassumendo:

Giorno 1: Casablanca-Fès: 350 km

Giorno 2: Fès-Midelt: 235 km

Giorno 3: Midelt-Merzouga: 280 km

Giorno 4: Merzouga- Gole Todra: 228 km

Giorno 5: Gole Todra- Dadès- Skoura: 222 km

Giorno 6: Skoura- Ait Ben-Haddou-Marrakech: 270 km.

Il poco tempo a disposizione ci ha obbligato a viaggiare molti km al giorno. Prendetevela con calma, se potete, e assaporate tutto ciò che questa terra colorata ha da offrirvi.

 

 

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